
Non sono un’appassionata di sport. Seguo le Olimpiadi a intermittenza, più per quello che raccontano del Paese che per le gare. Ma, guardando Milano Cortina, fino alla cerimonia di chiusura di oggi, non posso che sottolineare anch’io il memorabile bilancio di medaglie italiane al femminile.
Si è imposto un protagonismo femminile. Le atlete italiane non sono state comparse, da trattare come eccezioni. Sono parte stabile dell’immagine pubblica dello sport azzurro. Parlano, guidano squadre, costruiscono carriere riconoscibili.
In questi giorni si è parlato di loro anche come madri, quando lo sono, ma non solo. La maternità è entrata nel racconto senza diventare etichetta esclusiva. Accanto a quella dimensione c’erano la tecnica, la leadership, l’ambizione, la continuità dei risultati. Si è imposto un protagonismo a tutto tondo, non confinato a un ruolo.
Anche chi, come me, non segue ogni gara, lo percepisce con chiarezza.
Il problema emerge quando si esce dall’ambito delle gare.
I dati sulla governance dello sport italiano raccontano un’altra storia. Nelle Federazioni Sportive Nazionali le presidenti sono 2 su 50, il 4%. Nelle 13 Discipline Sportive Associate non c’è nessuna donna alla guida. Negli Enti di Promozione Sportiva una sola presidente su 14 (7%). È uno scarto netto tra visibilità agonistica e potere decisionale.
Si può leggere questo divario come un ritardo fisiologico. Oppure come un segnale strutturale: lo sport italiano si affida alle donne per rappresentarsi in pista, ma fatica a riconoscerle quando si tratta di guidare le istituzioni.
Milano Cortina finisce oggi.
Il tema della rappresentanza resta aperto.
E riguarda il modo in cui lo sport, e il Paese con lui, sceglie chi può stare al centro e chi resta ai margini della stanza dei bottoni.
Queste Olimpiadi possono diventare l’occasione per affrontare la questione, non solo denunciarla.
