
È questa una delle riflessioni che può sintetizzare la presentazione di mercoledì scorso del romanzo “Lettere dal Ministero della Paura” di Alessandro Prandi.
La forza della distopia è proprio questa: raccontare un futuro che ci costringe a guardare con maggiore lucidità il presente. Il romanzo mostra come il potere possa costruire consenso non tanto attraverso la coercizione, quanto alimentando le paure individuali e trasformandole in strumenti di controllo.
È una riflessione che riprende le considerazioni che ho sviluppato nel mio saggio di qualche anno fa “L’umanità è patrimonio. Nuove narrazioni contro le paure“.
Il problema nasce quando si sceglie di utilizzare la paura invece di affrontarne le cause. Quando, invece di investire nell’inclusione, si rafforzano le contrapposizioni.
Come suggerisce Alessandro Rosina intervenendo sulle politiche migratorie, continuare a leggere le migrazioni esclusivamente come un’emergenza o un problema di sicurezza significa rinunciare a comprenderne il valore all’interno della grande transizione demografica che il nostro Paese sta vivendo. Una politica lungimirante non si limita a governare i flussi. Costruisce inclusione, riconosce competenze, favorisce partecipazione, genera coesione sociale.
Ed è forse la sfida più importante che abbiamo oggi: scegliere se costruire consenso attraverso la paura o costruire futuro attraverso l’umanità.

