
È la domanda al centro del mio intervento all’incontro “Algoritmi di cura: intelligenza umana ed AI”, ospitato da Parentesi con MagIA nell’ambito della Torino Future Week.
Il lavoro di cura continua a essere una delle infrastrutture più importanti e meno visibili della nostra società. Un lavoro svolto in larga parte da donne, spesso da donne migranti, che tiene insieme famiglie, comunità e sistemi di welfare.
Quando l’Intelligenza Artificiale entra in questo ambito, non stiamo parlando soltanto di tecnologia.
Stiamo parlando di relazioni, fragilità, competenze, diritti e responsabilità.
Abbiamo discusso di bisogni reali di famiglie, assistenti familiari e persone anziane; di ciò che l’AI può già fare oggi, dal monitoraggio predittivo al supporto decisionale; ma anche dei limiti ancora aperti: bias algoritmici, usabilità, formazione, digital gender divide.
Un tema mi colpisce sempre.
Mentre sviluppiamo robot sociali, assistenti virtuali e sistemi intelligenti per supportare la cura, emerge un paradosso: più la tecnologia entra nelle relazioni di cura, più diventano preziose competenze profondamente umane come ascolto, empatia, interpretazione del contesto e gestione della complessità.
Questo è stato il terzo e ultimo appuntamento della Torino Future Week a cui ho avuto il piacere di partecipare.
Un mio percorso che, da prospettive diverse, ha ribadito sempre la stessa convinzione: il futuro non si costruisce solo con l’innovazione tecnologica, ma con comunità capaci di trasformare partecipazione, relazioni e cura in progettualità condivisa.
