
Sono molto contenta di aver contribuito al volume AI Economy con un intervento dedicato al gender AI gap.
L’obiettivo è stato mostrare perché l’intelligenza artificiale non è neutra e perché le disuguaglianze di genere sono una questione economica e politica centrale.
All’interno del libro, il mio è stato l’unico contributo ad affrontare in modo esplicito, organico e politico il rapporto tra AI e genere, andando oltre una semplice menzione del problema.
Negli stessi giorni dell’uscita del volume, alcuni articoli pubblicati su Tgcom24 e Money.it hanno ripreso e rilanciato il dibattito sull’AI economy, concentrandosi sugli effetti dell’intelligenza artificiale su imprese, produttività e trasformazioni del capitalismo. Un dibattito utile e necessario. Ma anche, ancora una volta, parziale.
Ciò che continua a mancare, o a restare sullo sfondo, a mio avviso è una presa d’atto chiara: l’intelligenza artificiale non è neutra. È una tecnologia sociale, addestrata su dati storici, progettata dentro strutture di potere esistenti e governata da soggetti che non rappresentano l’intera società. Per questo il gender AI gap non è un tema “etico” o “accessorio”, ma una questione economica e politica centrale. E ringrazio Jacopo Paoletti, l’autore, per avermi coinvolta in quest’opera che ha le caratteristiche di essere un lavoro corale, con numerosi contributi provenienti da diversi ambiti.
Il mio lavoro da anni si concentra proprio su questo nodo: mostrare come le disuguaglianze di genere attraversino l’intero ciclo dell’AI, dalla formazione alle carriere, dalla governance alle applicazioni concrete. Le donne restano sottorappresentate nei ruoli tecnici e decisionali, e questa assenza non è neutra. Significa che sistemi sempre più utilizzati per assumere, valutare, classificare e distribuire opportunità vengono costruiti a partire da una visione parziale del mondo.
Nel libro ho voluto chiarire un punto spesso semplificato: non basta chiedersi chi programma l’AI, anche se è fondamentale aumentare la presenza femminile nelle discipline STEM. La questione più profonda riguarda quali dati, quali immaginari e quali corpi vengono considerati “standard” dagli algoritmi, e quali invece restano marginali o invisibili.
Questo ha conseguenze molto concrete. I dati mostrano che l’impatto dell’AI sul lavoro non sarà neutro dal punto di vista del genere, e non solo. I lavori più esposti alla trasformazione e all’automazione, in particolare quelli impiegatizi e amministrativi, sono oggi occupati in larga parte da donne. Senza un intervento politico e culturale, l’AI rischia di amplificare la segregazione occupazionale, anziché superarla.
C’è poi un paradosso che vale la pena sottolineare. AI e parità di genere sono entrambe entrate stabilmente nel discorso pubblico. Ma mentre l’intelligenza artificiale avanza a velocità accelerata, la parità di genere procede con estrema lentezza. Inserire l’AI in un contesto già profondamente sbilanciato, senza metterlo in discussione, significa automatizzare le disuguaglianze esistenti.
Nel mio contributo a AI Economy ho scelto di assumere una posizione chiara: l’AI può diventare uno strumento di trasformazione solo se affrontiamo il gender AI gap come questione strutturale, non come tema laterale. In questo senso, i transfemminismi offrono una chiave critica fondamentale, perché interrogano il potere, rifiutano il binarismo e introducono una prospettiva intersezionale capace di leggere la complessità del presente.
Regolamentare l’intelligenza artificiale è necessario, ma non sufficiente. Serve ripensare il modello di sviluppo che la produce, le priorità economiche che la orientano e i criteri con cui definiamo valore, competenza e produttività. Senza questo passaggio, l’AI economy rischia di essere un’economia che esclude.
Ma, nello stesso tempo, può diventare un’occasione per ridisegnare le regole del gioco.
Il mio contributo nasce da questa convinzione, maturata nel lavoro di ricerca, di advocacy e di analisi critica: non esiste innovazione senza giustizia sociale, e il gender AI gap è uno dei nodi decisivi del futuro del lavoro e della democrazia tecnologica.
