
Riprendo l’immagine dello “sciame digitale” descritta da Byung-Chul Han e richiamata da Andrea Malaguti nel suo editoriale su La Stampa: essere connessi non significa necessariamente essere una comunità.
Ne abbiamo discusso durante “Digitale e Comunità… a colazione!”, nell’ambito della Torino Future Week, aprendo l’incontro settimanale del Gruppo Territori e Comunità Digitali del Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Torino al confronto con il team di MagIA. Magazine Intelligenza Artificiale e con le organizzazioni interessate.
Il digitale può isolare oppure creare connessioni, amplificare frammentazione e solitudine oppure diventare infrastruttura di partecipazione digitale e cittadinanza attiva. La differenza non sta soltanto negli strumenti che utilizziamo, ma nel modello di relazioni e di società che scegliamo di costruire.
Proprio nello stesso giorno, Papa Leone XIV presentava l’enciclica Magnifica Humanitas dedicata all’AI, segno di quanto il tema non riguardi più solo la tecnologia, ma il modello di società che vogliamo costruire.
Costruire un “noi” digitale
Nel confronto tra esperienze diverse ho proposto la riflessione che mi accompagna in queste settimane: il vero obiettivo oggi non è soltanto difendere diritti individuali nel digitale, ma costruire un “noi” digitale, un’AI che includa le differenze, che valorizzi le comunità, che aiuti le persone a partecipare, che renda più accessibili territori, informazioni, relazioni e processi decisionali.
Interessante anche il confronto sul tema dei gemelli digitali: non solo strumenti tecnici o modelli virtuali delle città, ma potenziali spazi di ascolto e partecipazione collettiva, capaci di rendere cittadine e cittadini parte attiva delle trasformazioni urbane e sociali.
Il passo successivo sarà rendere stabile questo confronto, in uno spazio continuativo di dialogo tra ricerca, associazioni, attivismo, istituzioni e cittadinanza.
Le comunità digitali più interessanti forse nascono dalle conversazioni, non dagli algoritmi.

