
Questa domanda è il risultato di uno stereotipo da rovesciare.
Qualche giorno fa, al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, durante un dibattito dedicato all’intelligenzaartificiale, ho sentito porre questa domanda.
E continuo a pensare che il problema stia proprio nel modo in cui affrontiamo il tema.
Perché se mettiamo innovazione e diritti uno contro l’altro, rischiamo di accettare implicitamente l’idea che i diritti siano un limite da gestire, in un approccio meramente conservativo, che paradossalmente è proprio quello dell’intelligenza artificiale, mentre l’innovazione sarebbe una corsa inevitabile da accelerare verso il “progresso”.
È da questa riflessione che sono partita ieri, durante l’evento finale piemontese di EDIH-PAI.
Nel mio intervento ho provato a spostare il punto di vista.
La domanda non dovrebbe essere: “innovazione o diritti?” ma: “chi progetta il digitale, per chi, e con quali conseguenze?”
E una tecnologia non diventa automaticamente inclusiva solo perché è innovativa.
Ho quindi condiviso alcune riflessioni sulla necessità di passare: da una visione del digitale centrata solo sull’individuo, a una idea di infrastruttura del “noi”, con la creazione di spazi capaci di: creare partecipazione, valorizzare le differenze, come quella di genere, costruire relazioni, rendere visibili bisogni spesso invisibili, rafforzare le comunità.
Perché il rischio oggi non è solo l’esclusione tecnologica. È la costruzione di modelli apparentemente neutrali che incorporano squilibri e punti di vista limitati.
Ho portato anche alcune esperienze concrete di tecnologie civiche digitali utilizzate nell’urbanistica di genere, come nelle mappature partecipate sviluppate in Emilia-Romagna, e nei percorsi di co-design territoriale, per rappresentare relazioni, bisogni, servizi e reti locali nei processi di rigenerazione territoriale di luoghi marginali, ad esempio in Sardegna.
Esperienze in cui il digitale non serve soltanto ad automatizzare processi.
Ma a costruire capacità collettiva.
La pubblica amministrazione e l’economia sociale, soggetti destinatari di EDIH-PAI, sono ambiti ideali per sperimentare in questa direzione, non dimenticando le problematiche di base che devono affrontare nei processi di trasformazione digitale.
Perché la sostenibilità della digitalizzazione non si misura solo in termini di efficienza tecnologica, ma nella capacità di costruire un futuro più equo, partecipato e umano.

