
La mia presentazione al convegno organizzato dall’Università di Firenze per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è partita da un dato che non possiamo ignorare: secondo il Gender Snapshot 2025, nel 2024 circa 676 milioni di donne vivevano entro 50 km da un evento di conflitto con vittime, il valore più alto registrato dagli anni Novanta.
È un dato che racconta l’esposizione delle donne alla guerra, ma anche una contraddizione ancora irrisolta: le donne nei processi di pace continuano a essere fortemente sottorappresentate proprio nei luoghi decisionali in cui si negoziano sicurezza, ricostruzione e futuro delle comunità.
Ho voluto raccontare una verità spesso rimossa: vulnerabilità e leadership non sono in contraddizione.
Le donne subiscono la guerra in modo sproporzionato, ma quando sono coinvolte nella prevenzione, nei negoziati e nella ricostruzione, gli accordi durano di più, le comunità guariscono meglio, la pace diventa più stabile.
Dalla Risoluzione ONU 1325 del 2000 ai dati più recenti, emerge chiaramente che:
- la violenza sessuale nei conflitti è aumentata dell’87% negli ultimi anni;
- in contesti come Gaza, Sudan e Afghanistan le donne vivono una crisi estrema;
- nei negoziati internazionali le donne restano meno del 7% dei negoziatori.
Eppure, proprio in questi luoghi devastati, le donne tengono insieme ciò che la guerra separa: reti di cura, servizi essenziali, resilienza comunitaria.
Il passaggio dalla vulnerabilità alla leadership richiede tre leve strategiche:
– ricostruzione sociale e infrastrutturale con la partecipazione delle donne;
– rappresentanza politica e presenza ai tavoli negoziali: senza donne, la pace è incompleta;
– leadership economica, perché l’autonomia finanziaria è la base della libertà e del potere.
Il messaggio finale è semplice e non negoziabile: non basta proteggere le donne, bisogna includerle come protagoniste.
Non c’è pace duratura senza la loro visione, la loro esperienza e la loro leadership.
La vulnerabilità non è un destino: è una condizione che può essere trasformata, se alle donne viene finalmente riconosciuto il ruolo di costruttrici di futuro.
