
La mia presentazione della scorsa settimana al convegno organizzato dall’Università di Firenze per la giornata del 25 novembre è partita da un dato che non possiamo ignorare: nel 2025, 676 milioni di donne vivono entro 50 km da un conflitto armato. È il numero più alto mai registrato dalle Nazioni Unite.
Un mondo in cui le donne sono tra le più esposte e al tempo stesso sistematicamente escluse dai processi decisionali dove si costruisce la pace.
Ho voluto raccontare una verità spesso rimossa: vulnerabilità e leadership non sono in contraddizione.
Le donne subiscono la guerra in modo sproporzionato, ma quando sono coinvolte nella prevenzione, nei negoziati e nella ricostruzione, gli accordi durano di più, le comunità guariscono meglio, la pace diventa più stabile.
Dalla Risoluzione ONU 1325 del 2000 ai dati più recenti, emerge chiaramente che:
- la violenza sessuale nei conflitti è aumentata dell’87% negli ultimi anni;
- in contesti come Gaza, Sudan e Afghanistan le donne vivono una crisi estrema;
- nei negoziati internazionali le donne restano meno del 7% dei negoziatori.
Eppure, proprio in questi luoghi devastati, le donne tengono insieme ciò che la guerra separa: reti di cura, servizi essenziali, resilienza comunitaria.
Il passaggio dalla vulnerabilità alla leadership richiede tre leve strategiche:
– ricostruzione sociale e infrastrutturale con la partecipazione delle donne;
– rappresentanza politica e presenza ai tavoli negoziali: senza donne, la pace è incompleta;
– leadership economica, perché l’autonomia finanziaria è la base della libertà e del potere.
Il messaggio finale è semplice e non negoziabile: non basta proteggere le donne, bisogna includerle come protagoniste.
Non c’è pace duratura senza la loro visione, la loro esperienza e la loro leadership.
La vulnerabilità non è un destino: è una condizione che può essere trasformata, se alle donne viene finalmente riconosciuto il ruolo di costruttrici di futuro.
