
Lunedì 8 giugno ho partecipato all’evento conclusivo del progetto STEM UP, sostenuto dal Fondo per la Repubblica Digitale, un’iniziativa che ha coinvolto centinaia di studentesse e studenti di Piemonte, Toscana e Liguria, per avvicinarli alle discipline scientifiche e tecnologiche.
I dati del progetto ci raccontano una realtà che conosciamo bene, ma che non possiamo considerare inevitabile: su 710 partecipanti, le ragazze sono state 237, poco più di una su tre. In alcune scuole la parità è vicina, in altre la presenza femminile resta molto bassa.
Non è una questione di capacità. È una questione di aspettative, modelli culturali, stereotipi e opportunità.
Durante il mio intervento ho affrontato i miei temi: bias di genere, come questi influenzino ancora oggi i percorsi di studio e professionali, e come i sistemi di intelligenza artificiale quando vengono addestrati su dati riflettano discriminazioni del passato e del presente.
Ma il messaggio che ho voluto lasciare alle ragazze è stato soprattutto un altro: “Non aspettate che qualcuno vi dica che siete adatte alle STEM.”
Le STEM hanno bisogno del vostro sguardo, della vostra intelligenza, delle vostre domande. L’intelligenza artificiale, la transizione digitale e le tecnologie che stanno trasformando il mondo non possono essere costruite da una sola metà della società.
Per questo è fondamentale continuare a investire in orientamento, modelli positivi, mentoring e percorsi che aiutino ragazze e ragazzi a scegliere liberamente il proprio futuro, senza lasciare che siano gli stereotipi a decidere per loro.
Come ricordava Grace Murray Hopper: “La frase più pericolosa in assoluto è: abbiamo sempre fatto così”.
Ecco, forse la sfida più importante è proprio questa: smettere di fare come abbiamo sempre fatto.

