
Nel mio intervento alla Biennale della Prossimità a Torino, dedicata alle Pratiche di democrazia profonda, sono partita da una provocazione: il digitale è spesso un convitato di pietra nelle discussioni sulla prossimità. Attraversa le nostre vite e le nostre relazioni, ma tendiamo a lasciarlo ai margini del ragionamento o a considerarlo soltanto quando dobbiamo scegliere uno strumento.
Eppure il digitale influenza chi incontriamo, come ci informiamo, quali esperienze diventano visibili e chi può partecipare.
Se vogliamo costruire ecosistemi di prossimità, capaci di alimentare fiducia, reciprocità e collaborazione nel tempo, dobbiamo prenderci cura anche di questa dimensione.
Prossimità ibrida
È qui che prende forma la prossimità ibrida: relazioni che attraversano luoghi fisici e ambienti digitali, collegando incontri, conoscenze e possibilità di agire insieme. Anche la scelta della Biennale di dotarsi delle piattaforme ProssiMatch e FirstLife apre una riflessione su come sostenere queste connessioni oltre i giorni dell’evento.
La qualità di questa prossimità dipende dalle nostre scelte: coinvolgere chi rimane invisibile, favorire lo scambio tra generazioni, riconoscere le differenze di genere, lingua, abilità e risorse. E affrontare i rischi di esclusione, manipolazione e polarizzazione.
Il digitale può aiutarci a collegare esperienze che oggi si sentono isolate, rendendo più riconoscibile la forza collettiva di chi lavora sulla cura e sui beni comuni.
Questa riflessione diventa ancora più urgente con l’intelligenza artificiale, che entra nei modi in cui produciamo conoscenza, interpretiamo i bisogni e prendiamo decisioni.
Quale “noi” vogliamo costruire negli ecosistemi di prossimità, mentre il digitale diventa sempre più intelligenza artificiale? E come fare spazio a chi ancora non ne fa parte?
Un tema non di nicchia, ma che permea la nostra quotidianità.

