
Lunedì 11 maggio a Bologna nel confronto su “La città delle donne. Spazi, servizi e lavoro per una nuova idea di cittadinanza”, l’evento dedicato al Goal 5 all’interno del Festival delle Sviluppo Sostenibile 2026 dell’ASVIS , ho portato una riflessione che considero sempre più centrale: il digitale non è solo uno strumento tecnico. Può diventare una vera infrastruttura di ascolto urbano.
Ma soprattutto può scegliere da che parte stare: aumentare i divari oppure contribuire a ridurli.
È questa, da anni, anche una delle sfide al centro del lavoro di Donne 4.0: usare il digitale come leva per colmare il gender gap e non per ampliarlo.
Per decenni le città sono state pensate soprattutto a modelli di vita lineari e standardizzati. Ma la vita reale è fatta di percorsi complessi, tempi di cura, fragilità, bisogni quotidiani spesso invisibili nelle pianificazioni tradizionali.
Le tecnologie civiche digitali e le piattaforme partecipative, su cui lavora anche il Gruppo Territori e Comunità digitali dell’Università degli Studi di Torino, possono aiutarci a:
• coinvolgere maggiormente le persone nei processi decisionali, anche chi ha meno tempo o meno consuetudine a partecipare, come le donne;
• valorizzare saperi locali e quotidiani troppo spesso ignorati, come quelli femminili;
• costruire rappresentazioni più trasparenti e condivise della città;
• aggiornare dinamicamente dati e bisogni senza ripartire ogni volta da zero.
È qui che emerge il concetto di bene comune digitale uno spazio capace di mettere in dialogo amministrazioni, tecnici, associazioni e cittadinanza per costruire un’urbanistica più partecipata e consapevole.
Un esempio significativo è quello della toponomastica femminile.
Anche attraverso strumenti di AI, è possibile mappare le intitolazioni dedicate alle donne, facendo emergere non solo dati, ma soprattutto assenze, squilibri e memoria collettiva. Perché le città raccontano chi scelgono di rendere visibile.
La vera sfida non è avere città più “smart”. È avere città più capaci di ascoltare.

