
Vicino a casa mia c’è una targa dedicata a Giovanna Dragone.
C’è scritto “Alla martire dell’eterna libertà. Dragone Giovanna casalinga 30-4-1945. Il Comune”.
E poi nulla. Le fonti non ci restituiscono dettagli, storie, imprese.
Eppure è proprio questo silenzio che parla.
Giovanna Dragone non è l’eccezione: è l’emblema. Di un contributo diffuso, anonimo, collettivo. Di tutte quelle donne e quegli uomini senza biografia ufficiale che hanno reso possibile la Liberazione.
Il 25 aprile non nasce dagli ego. Non è la somma di imprese individuali, ma di persone che hanno scelto il “noi” senza aspettarsi riconoscimento.
Oggi viviamo in un tempo che premia la visibilità, l’io esposto, l’eccezionalità ostentata. Ma quella targa sotto casa racconta un’altra idea di valore: esserci, anche senza essere raccontati, e più spesso senza essere raccontate.
Ricordare Giovanna Dragone significa anche questo: ridare dignità alla dimensione collettiva. Ritrovare fiducia nel fatto che ciò che costruiamo insieme conta più di ciò che rivendichiamo da soli.
La Resistenza, forse, è anche una lezione di misura: meno io, più noi.
