• Non limitiamoci a contare i bimbi morti! Lavoriamo per salvare la loro vita prima

    C’era anche un neonato tra i sette piccoli migranti uccisi dal mare e dalla disperazione. Oggi i giornali ne parlano e forse lo faranno anche domani e dopodomani, ma presto smetteranno di farlo per dimenticarsene fino alla prossima strage di innocenti. Sono passati pochi mesi dalla morte del piccolo Aylan Kurdi; era settembre e l’opinione pubblica si commosse e indignò a tal punto da indurre i capi di Stato a volgere lo sguardo a quel corpicino steso a pancia in giù sulla spiaggia di Bodrum.

    La politica però si è arenata, incagliata tra gli scogli del populismo, della paura e dell’intolleranza. Quella europea è una nave che non è ancora naufragata, ma che deve scampare il pericolo di cominciare a imbarcare acqua. I bambini non hanno la voce abbastanza alta da far sentire il proprio urlo di dolore ed è per questo che quando si parla di guerra raramente vengono considerati vittime.

    I bambini sono le vittime principali dei conflitti bellici. Secondo UNICEF Italia da gennaio di quest’anno più di 215.000 minorenni hanno cercato asilo nell’Unione europea e circa 700 bambini sono morti attraversando il Mediterraneo. In Iraq 1.300.000 bambini sono sfollati; 2.300.000 nello Yemen dove ne sono stati uccisi 573 negli ultimi 6 mesi. In Sud Sudan più di 1 milione di bambini sono sfollati a causa del conflitto. In Nigeria, Camerun, Niger e Chad 1.400.000 di bambini sono stati costretti a lasciare il loro paese a causa del gruppo armato di Boko Haram.

    Sarà necessario attendere un’altra strage di bambini per sollevare nuovamente il tema delle vittime minorenni della guerra? Per immaginare soluzioni che pongano rimedio a traversate che mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone? Io credo di no! Credo che come ha detto la Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, sia necessario istituire un corridoio umanitario per evitare che il numero delle vittime aumenti esponenzialmente.

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