• Mille nuovi ipotetici posti di lavoro con la trasformazione del CSI-Piemonte sono l’alibi per una sua privatizzazione ingiustificata

    Nell’esame del disegno di legge di riordino delle attività della Regione Piemonte nel settore dell’Information and Communication Technology, oggi l’assessore Giordano, anziché un nuovo emendamento, ha presentato un “Piano di Azione per la trasformazione del CSI-Piemonte”.
    Riteniamo che con esso si continui ad eludere la questione centrale: un piano industriale dovrebbe stare a monte di questo processo di trasformazione, non a valle, come invece scritto nello stesso documento.
    Questa indefinitezza permette alla giunta di delineare un percorso fumoso, che risulta oltre tutto pieno di contraddizioni.
    Si parte da un “quadro a tinte fosche: un volume di ricavi destinato a ridursi progressivamente, una struttura composta da 1200 dipendenti, un indotto di circa 500 persone, costi operativi in progressivo aumento anno dopo anno a causa della crescita fisiologica del costo del lavoro e dell’invecchiamento dei sistemi gestiti causato dalla mancanza di investimenti per il loro rinnovamento.”

    E si chiude con le ricadute economiche e occupazionali, che deriverebbero dal processo di trasformazione del consorzio, e che hanno un che di miracoloso. Il milione di posti di lavoro berlusconiano diventa in salsa piemontese mille nuove unità lavorative nel giro di poco più di un anno!
    Questa trasformazione si realizzerebbe in tre fasi: scomposizione del CSI in due entità, Agenzia e Factory, e integrazione di altri soggetti  (CSP, Topix, 5T, Torino Wireless), l’ingresso nel capitale di soci privati finanziatori e liberalizzazione, e infine apertura delle attività al mercato.
    Peccato che il quadro finanziario a tinte fosche preveda invece nella prima fase un incremento del volume annuo di attività di 100 milioni di euro, dovuto in gran parte ai sistemi informativi per la sanità regionale, attestandosi su un volume complessivo di 250 milioni di euro. Questa crescita continuerebbe arrivando alla fine della trasformazione al volume di 350 milioni di euro annui. Ma i conti non tornano: le commesse pubbliche aumentano o diminuiscono? Aumenterebbero e verrebbero semplicemente affidate a qualche privato, anziché rimanere nell’ambito pubblico.
    E non si può neanche sostenere che il passaggio è dettato dall’applicazione della spending review. Il CSI-Piemonte non rientrebbe nell’articolo 4 del DL 95/2012 essendo un consorzio con personalità di diritto pubblico.
    A queste considerazioni si aggiunge che nel documento presentato da Giordano non si fa riferimento all’Agenda digitale italiana, da poco approvata dal Governo Monti, che oltre tutto prevede anche risorse finanziarie per la realizzazione di progetti come la ricetta digitale, la cartella clinica.
    Dunque nessun vera progettualità per un vero rilancio e riorganizzazione del CSI-Piemonte, ma solo l’inseguimento taumaturgico della privatizzazione come risolutrice di tutti i mali. Senza contare che l’Agenzia potrebbe divenire un doppione rispetto ad SCR, la società di committenza regionale, con un rapporto non chiaro con le Federazioni sanitarie, che a loro volta si dovrebbero occupare di definire le linee strategiche dei sistemi informativi sanitari. E in tempi di grande attenzione da parte della Corte dei Conti, forse è necessario un supplemento di analisi per evitare costi aggiuntivi, anziché procedere alla razionalizzazione.

    L’Appello dei lavoratori del CSI-Piemonte


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