• Doppia preferenza e norme antidiscriminatorie non bastano: ci va una rivoluzione culturale sulla parità di genere

    La doppia preferenza di genere e le norme antidiscriminatorie sono un primo passo ma il lavoro culturale da fare sulla parità di genere nelle istituzioni è ancora tanto. I risultati delle elezioni regionali viste con la lente d’ingrandimento della parità di genere ci dicono che tanto dobbiamo ancora lavorare.

    Delle sette regioni in cui si è andati al voto domenica 31 maggio solo in Toscana, Umbria e Campania è prevista la doppia preferenza. Solamente in due (Toscana e Umbria) è previsto che le liste siano composte al 50 % da persone di un genere e 50% da persone dell’altro sesso, mentre in Campania nessun sesso può superare i 2/3 della lista. In 3 regioni Liguria, Marche e Puglia non sono previste né le norme antdiscriminatorie  né la doppia preferenza. In Veneto non è prevista la doppia preferenza ma le liste devono essere composte al 50% da donne e al 50% da uomini.

    La regione dove è risultata più alta la percentuale di donne elette è la Toscana con il 27,5% seguita da Veneto e Campania con il 24,5%. Nelle Marche le elette sono il 20%, in Liguria il 16,5%. Fanalino di coda di questa tornata elettorale per quanto riguarda la parità di genere sono l’Umbria con il 15% e la Puglia con il 10%.

    Le discrete percentuali di Toscana, Campania e Veneto, anche se purtroppo ancora lontane dalle percentuali dei paesi del Nord Europa, ci dimostrano che doppia preferenza e norme antidiscriminatorie sono un primo importante passo da fare verso la parità ma non sufficiente. Il deludente 15% dell’Umbria, regione in cui la legge elettorale prevede sia la doppia preferenza che la presenza del 50% di donne nelle liste, ci dimostra che senza un lavoro culturale sull’importanza della parità di genere nelle istituzioni, le leggi elettorali possono non bastare.

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