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    Thyssen, c’è ancora l’amaro in bocca

    A dieci anni dalla strage della Thyssen l’amaro in bocca è ancora forte. Quella notte, quei giorni, quelle settimane sono un ricordo indelebile nelle nostre memorie e nella storia della nostra città. Torino non dimenticherà mai il sacrificio di Antonio Schiavone, Giuseppe De Masi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino, i lavoratori che quella notte persero la vita tra le fiamme dell’acciaieria di corso Regina Margherita. Anche per loro e per i loro famigliari dobbiamo portare avanti con sempre maggiore convinzione la battaglia per la sicurezza sui luoghi di lavoro.

    All’epoca, da consigliera del Comune di Torino, mi ero impegnata affinché la città si costituisse parte civile nel processo. Un atto anche simbolico per ricordare alle aziende che la morte di un lavoratore non può essere ridotta a un semplice incidente. In sicurezza si deve investire in formazione e adeguamento delle strutture. E poi c’è la questione della qualità del lavoro, chi è sotto stress non può essere sicuro sul luogo di lavoro perché non ha un buon livello di attenzione; chi è costretto a fare un doppio lavoro per arrivare a fine mese non può essere sicuro sul posto di lavoro perché la stanchezza riduce i tempi di reazione; chi è costretto a lavorare quando dovrebbe essere in pensione non è sicuro sul luogo di lavoro perché necessariamente le forze sono ridotte.

    Per tutte queste ragioni voglio sottoscrivere l’idea lanciata dal quotidiano La Stampa che in occasione del triste anniversario del decennale di questa tragedia ha proposto di trasformare i resti della fabbrica, ormai in decadenza, in un «monumento del dolore» per i morti della Thyssen. Viviamo in una società che deve guardare il dolore dritto in faccia per poterlo comprendere e probabilmente questo sarebbe un modo per mantenere accesi i riflettori su una questione fondamentale e delicata.

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