• L’attentato di Nizza dia il via alla grande riforma delle politiche di inclusione

    Questo deve essere il momento della solidarietà e della riflessione. La lunga serie di attentati che hanno colpito la Francia e l’Europa devono dare il via a quella grande riforma delle politiche di inclusione che da troppo tempo stiamo rimandando. L’Unione Europea, i suoi Stati membri e i territori regionali devono agire per contrastare gli isolamenti e ridurre i luoghi di sofferenza dentro i quali può essere covato l’odio.

    Discutevamo proprio di questo ieri sera al Rights Village di Torino Esposizioni con l’eurodeputata Cécile Kyenge. È vero, l’Italia non ha un modello di inclusione, ma attualmente non c’è un modello vincente da prendere come punto di riferimento. Quello francese e quello inglese hanno tanti vantaggi quanti svantaggi e debbono essere necessariamente rivisitati.

    Cosa possiamo fare? Possiamo provare ad accettare la sfida dell’inclusione facendo emergere i modelli virtuosi che nascono dal basso. L’obiettivo deve essere quello di trovare una soluzione affrontando a 360° il tema dei diritti. Per farlo prima di tutto dobbiamo comprendere che la realtà sulla quale ci stiamo muovendo è complessa e le politiche sono vecchie: si pensi solo che la Regione Piemonte ha una legge sull’Immigrazione che risale al 1989, prima della caduta del Muro di Berlino.

    Non si deve neppure cedere alle facili interpretazioni. Chi confonde il terrorismo con l’immigrazione sbaglia e la politica che asseconda queste semplificazioni non fa un buon servizio. Su La Repubblica di un paio di giorni fa si parlava di quanto stia diventando difficile per i richiedenti asilo ottenere il permesso di soggiorno e venivano presentati alcuni dati che oggi non possono essere ignorati: nei primi tre mesi del 2016 le richieste d’asilo nei paesi UE sono state 300.000, di queste il 60% (180.000 circa) in Germania e 20.000 in Italia e 20.000 in Francia.

    La Francia è una nazione che non ha un alto numero di richiedenti asilo, ma una significativa presenza di stranieri di seconda e terza generazione. Cosa vuol dire ciò? Che siamo davanti a un bivio: o privilegiamo la politica della paura, della chiusura e della sicurezza oppure lavoriamo a vere  politiche dell’inclusione. Quella grande riforma delle politiche di inclusione di cui parlavo all’inizio.

    Oggi su Il Corriere della Sera il politicologo americano Ian Bremmer cita un dato interessante che credo debba essere il punto di partenza del nostro lavoro, dice che in Francia «circa l’8% della popolazione non si sente francese, non si riconosce nello Stato. Queste persone non sono rifugiati appena sbarcati. Sono figli di immigrati, giovani di seconda o terza generazioni». In Italia abbiamo un vantaggio: l’immigrazione stabile è un fenomeno più recente e noi abbiamo la concreta possibilità di avere successo nel percorso di cittadinanza attiva di questi nuovi italiani.

    Cosa stiamo facendo come Regione Piemonte? Stiamo cercando di mettere insieme due aspetti:

    una politica di accoglienza che abbia una visione di medio lungo termine nei confronti dei richiedenti asilo. L’ottica non deve essere emergenzale. Possiamo e dobbiamo lavorare per costruire l’accoglienza diffusa e possiamo e dobbiamo lavorare per offrire opportunità che guardino a dopo la prima accoglienza, innanzi tutto con la progettazione di percorsi lavorativi. Tutto questo sapendo che abbiamo sulla testa la spada di damocle dei dinieghi, solo il 30% dei richiedenti asilo viene regolarizzato;

    una politica di inclusione di chi è in Italia da tempo. Dobbiamo fare in modo che le seconde generazioni diventino cittadini e cittadine a tutti gli effetti. Per fare questo dobbiamo sgomberare tutte le ambiguità politiche. Non ha senso pensare per esempio a doppie graduatorie per l’accesso alle case popolari, andando incontro a una logica che si scontrerebbe con la visione della legge regionale numero 5 del 2016 che vuole contrastare tutte le discriminazioni, anche quelle legate alla nazionalità.

    Per favorire il percorso di inclusione stiamo lavorando a una legge di promozione alla cittadinanza. Un testo che andrebbe a sotituire la legge regionale sull’immigrazione del 1989 e che stiamo scrivendo con l’aiuto attivo e partecipato delle diverse comunità straniere presenti sul territorio regionale.

    Il terrore si batte con la ragione.

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