• Giornata mondiale dell’Africa, il Piemonte continua con i progetti di cooperazione

    L’unione fa la forza. Soprattutto se ad unirsi sono persone con rivendicazioni comuni come i leader dei trenta stati indipendenti africani che il 25 maggio del 1963 firmarono ad Addis Abeba, in Etiopia, un documento che decretò la fondazione dell’Organizzazione dell’unità africana (l’Unione africana). Oggi ricorre la celebrazione di quel passaggio storico con la Giornata mondiale dell’Africa. Un po’ per commemorare questo momento, la giunta regionale del Piemonte ha approvato le direttive di carattere programmatico in materia di cooperazione e solidarietà internazionale che ho proposto.

    Di cosa si tratta? Degli impegni che nei prossimi tre anni il nostro ente porterà avanti, continuando sul solco già tracciato e estendendo la portata degli interventi. Il mio assessorato ha già diversi progetti in corso nell’Africa Sub-sahariana, soprattutto in Burkina Faso, in Senegal ma anche in altri Stati. Gli stessi da cui spesso provengono i migranti che sbarcano in Italia dopo viaggi della speranza, sovente pericolosi. Proprio per cercare di dare una mano a queste persone a casa loro, ed evitare le migrazioni forzate, noi siamo attivi con la cooperazione.
    Il nostro obiettivo è agire su due fronti: quello della cooperazione, soprattutto attraverso i progetti dei comuni piemontesi, e quello dell’accoglienza in Italia, sempre attraverso gli enti locali, ma anche le associazioni di volontariato, ong, e più in generale il mondo del no profit. Queste azioni da sole non bastano. Serve lavorare a un cambiamento culturale della società. Un ruolo fondamentale da questo punto di vista lo possono esercitare anche le comunità africane, che in questi giorni hanno organizzato a Torino il Festival panafricano.
    Vogliamo costruire una narrazione diversa rispetto a quella che viene spesso fatta e che mette in luce solo gli aspetti negativi delle migrazioni. Per esempio, pochi sanno che molti paesi alpini oggi possono rivivere grazie agli stranieri che in molti casi si sono integrati con le popolazioni locali o hanno potuto utilizzare le competenze acquisite nei paesi di origine, sia nella pastorizia che nell’agricoltura. Inoltre, abbiamo casi di migranti che dopo aver lavorato in Italia, sono rientrati in Africa per aprire anche lì un’impresa come nel caso del senegalese Karounga Camara, che ha presentato un libro che racconta la sua storia al Salone del libro di quest’anno. Occuparsi di chi oggi migra non è solo un gesto di altruismo, è un investimento per il nostro futuro.

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