• Cooperazione decentrata: il senso di una relazione tra territori nel contesto attuale

    Pubblico di seguito l’articolo che ho scritto per la rivista Junco, elaborato dell’università sulla cooperazione allo sviluppo. L’articolo si trova all’interno della sezione del progetto Russade. Di seguito il link al sommario online della rivista: http://www.ojs.unito.it/index.php/junco/issue/view/231/showToc

    Il testo dell’articolo – Cooperazione decentrata: il senso di una relazione tra territori nel contesto attuale

    La cooperazione allo sviluppo è spesso stata interpretata come un trasferimento di risorse dai Paesi donatori ai Paesi beneficiari al fine di creare condizioni di sviluppo nelle regioni a più basso reddito. Una forma di solidarietà che si esprime in molti casi sotto forma di delega agli attori della cooperazione (internazionali, nazionali, non governativi, istituzioni religiose ecc.) ai quali è richiesto di operare per diminuire le sofferenze delle popolazioni più povere e per realizzare i presupposti di una crescita economica autoctona dei territori del Sud del mondo.
    Le esperienze di cooperazione decentrata hanno invece fatto emergere una nuova forma di cooperazione nella quale la comunità non delega a qualcuno l’iniziativa ma si fa protagonista dell’azione scambiando saperi, competenze, risorse, tecnologie, in un’ottica di reciprocità.
    Una modalità che, a mio parere, acquisisce particolare significato alla luce dei nuovi scenari che si stanno delineando a livello internazionale sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista ambientale. Provo ad argomentare l’affermazione.
    I recenti sviluppi politici, che hanno caratterizzato tanto il continente europeo quanto altri paesi in Asia e in America, sono contrassegnati da uno scontro sempre più violento e radicale tra i sostenitori di due modi differenti di interpretare la realtà attuale. Da un lato chi è convinto che sia sempre più necessaria una visione globale al fine di assumere le decisioni corrette per garantire un futuro alle prossime generazioni. Dall’altro lato, chi propone una visione locale autarchica come unica soluzione per potersi riappropriare del diritto di decidere le regole di convivenza della propria comunità.
    Questi ultimi spesso alimentano la propria retorica con informazioni erronee che hanno forte presa su un’opinione pubblica insoddisfatta delle proprie prospettive, confusa dalla paura di ciò che è “diverso”, convinta che questo “diverso” possa essere la causa delle proprie difficoltà e possa compromettere il proprio benessere.
    Un comunicazione istantanea, superficiale e incontrollabile rende difficile creare il quadro informativo utile per sviluppare in modo diffuso ragionamenti razionali a fronte di una situazione che richiederebbe, anche a livello locale, una visione complessiva dei fenomeni che interessano i nostri territori: dal cambiamento climatico ai flussi migratori, dalla crisi della finanza allo sviluppo economico, dalla perdita di biodiversità all’eccessivo consumo di risorse, dai conflitti alla vendita delle armi, ecc.
    E purtroppo queste “criticità globali”, che hanno ricadute locali importanti, divengono di giorno in giorno più gravi con effetti cumulativi che ne accelerano i processi. Il ritardo nell’affrontarle può portare a condizioni di irreversibilità di alcuni fattori1.
    Ma come è emerso con evidenza nelle conferenze internazionali sul clima di Parigi e di Marrakech, per ottenere anche i più piccoli risultati occorre che ci sia una cooperazione globale: Organismi internazionali, Governi nazionali, autorità locali, società civile e cittadini.
    La sfida è molto ambiziosa. Alle comunità occidentali viene richiesto uno sforzo particolare in quanto occorrerà contenere le condizioni di sviluppo entro limiti che sono stati già ampiamente superati. Contestualmente alle comunità dei Paesi del Sud del mondo viene richiesto di non costruire condizioni di sviluppo che emulino i modelli occidentali troppo dispendiosi di risorse naturali.
    Queste sono condizioni che richiedono soluzioni capaci di creare consenso che, come scrive giustamente Habermas, non possono essere individuate “Senza l’empatia solidale di ciascuno con la situazione di tutti gli altri”2
    Se l’affermazione di Habermas è corretta allora la sua conseguenza coerente è che dobbiamo lavorare per costruire le condizioni per consentire ai nostri concittadini di provare empatia solidale con la situazione di tutti gli altri.
    In questa ottica la cooperazione decentrata (o partenariato territoriale come definito dalla nuova legge 125/2014) può assumere una funzione estremamente interessante. Il protagonismo della società civile che partecipa direttamente o indirettamente alle azioni di cooperazione produce processi relazionali nei quali può svilupparsi appunto “empatia solidale”.
    A questi percorsi “ individuali” si accompagnano, nella cooperazione decentrata, momenti collettivi di scambio in cui le comunità, secondo Habermas, diventano comunicative superando i limiti di una reciprocità chiusa nei confini del gruppo a cui è riconosciuta (famiglia, città, regione, nazione) per esprimersi in una tensione solidaristica universale necessaria per affrontare le criticità globali.
    Quindi la cooperazione decentrata può divenire un’esperienza che permette di contrastare in modo corretto la visione di chi propone l’autarchia come soluzione alle problematiche nazionali. Ma l’empatia solidale e la reciprocità riconosciuta alle comunità del Sud del mondo hanno grande rilevanza anche rispetto alle ricadute locali di alcuni fenomeni globali. E’ il caso, per esempio dei flussi migratori.
    Oggi, all’interno delle nostre comunità, assistiamo sempre più spesso al rifiuto dei migranti da parte di molti nostri concittadini.
    Gli immigrati sono una categoria sociale a cui molti attribuiscono la responsabilità per la mancanza di prospettive che caratterizza la nostra società in questi ultimi anni.
    Una percezione che non è suffragata dai numeri: gli immigrati contribuiscono in modo significativo al nostro benessere e il loro numero è tale, in rapporto alla popolazione residente, da non rappresentare un reale problema di integrazione.
    Tuttavia l’allarme sociale che si è creato intorno al tema dell’immigrazione va compreso con attenzione e va approfondito anche in relazione al fatto che, con ogni evidenza, assisteremo nei prossimi anni ad una crescita importante dei flussi migratori. La percezione di una crescente presenza di migranti sul nostro territorio richiede alla politica di offrire una prospettiva alla propria comunità, cioè una strategia di azione che possa limitare o per lo meno regolamentare meglio i flussi migratori nei prossimi anni. Da questo punto di vista la cooperazione può essere una risposta concreta, ancorché parziale. Tuttavia spesso le iniziative di cooperazione allo sviluppo vengono comunicate con forme che alimentano il rifiuto degli immigrati. Le stesse organizzazioni della società civile tendono, per esempio, a sollecitare finanziamenti facendo leva su un meccanismo di delega: “se voi cittadini ci date delle risorse noi faremo scuole, ospedali, infrastrutture nei paesi del sud del mondo”. Ma in tal modo si giustifica “involontariamente” il pretestuoso rifiuto dell’immigrato: il cittadino dando finanziamenti per lo sviluppo della sua regione ritiene di aver acquisito il diritto di poterlo respingere.
    La cooperazione decentrata, per contro, può essere invece un interessante modalità per superare questa complessa reazione.
    L’iniziativa di cooperazione svolta direttamente dalla società civile diventa una concreta e reale risposta alla domanda di promuovere lo sviluppo nei Paesi del sud del mondo e consente, al tempo stesso, l’occasione di una più approfondita conoscenza delle problematiche che sono sottese al fenomeno migratorio.
    Creando relazioni tra i soggetti omologhi delle due comunità (tra professori, studenti. funzionari, amministratori, imprenditori) si stabiliscono legami di solidarietà come riconoscimento reciproco che possono più facilmente far accettare la figura del migrante sui nostri territori.
    Un risultato che avrebbe ancor più impatto se l’azione di cooperazione venisse pianificata, realizzata e comunicata in modo integrato con le altre politiche comunali, regionali e nazionali che riguardano l’accoglienza ed i servizi per i migranti, l’educazione alla cittadinanza e i giovani.

    Pertanto la cooperazione decentrata può essere un’esperienza utile per creare le condizioni che consentano ai singoli di sviluppare empatia solidale nell’ambito di comunità comunicative capaci di esprimere una tensione solidaristica universale.
    Sono dunque queste comunità quelle potranno creare la giusta pressione sulle istituzioni nazionali e internazionali che devono ricercare soluzioni capaci di creare consenso.
    E saranno proprio queste comunità quelle che saranno capaci di affrontare correttamente le complesse problematiche indotte dai flussi migratori costruendo politiche coerenti di integrazione e di cooperazione internazionale.
    In questa logica, un ruolo importante lo assume l’Università.
    Ci sono almeno tre aspetti che vorrei evidenziare del ruolo che l’Università svolge nell’ambito della cooperazione decentrata :

    1. forma i giovani e gli studenti a guardare al di là delle realtà locali, dei confini nazionali, offrendogli una visione globale e consentendo loro di praticare le relazioni internazionali;
    2. attraverso forme di cooperazione di universitaria Nord – Sud, produce conoscenze che possono diventare un patrimonio di tutti e strumento per la crescita nostra e dei Paesi del sud del mondo in un ottica globale;
    3. portare il peculiare contributo scientifico, didattico e di ricerca nell’ambito dei processi di cooperazione decentrata realizzati dalle Regioni e dalle Autonomie Locali.

    In questa logica il progetto RUSSADE rappresenta un esempio importante e con un forte valore aggiunto, in particolare in quanto:

    • nasce da una proposta del CISAO, centro che crea le condizioni per una reale integrazione multi e interdisciplinare. E’ un fatto non scontato nel mondo universitario che molto spesso è caratterizzato da ottime ricerche che vengono però condotte in modo individualistico e “monodisciplinare”; il progetto RUSSADE sfrutta questa opportunità valorizzando, nell’ambito del Master, le competenze di professori e ricercatori di dipartimenti differenti;
    • l’dea progettuale ha preso spunto dalle riflessioni concertate tra Regione e CISAO come frutto di processi di cooperazione già avviati con il “Programma regionale di sicurezza alimentare e lotta alla povertà in Africa Occidentale”;
    • ha creato un’interessante e innovativa esperienza di didattica inter-universitaria che ha visto coinvolte direttamente le Facoltà di Italia, Niger, Burkina Faso e Ciad;
    • il sapere è concepito come un patrimonio di conoscenze che deve essere costruito anche con il concorso delle diverse componenti della società civile. Alla realizzazione del progetto hanno contribuito, in qualità di formatori, esperti di associazioni, Ong, Istituzioni pubbliche, organismi europei e internazionali ecc;
    • il Master ha formato specialisti, nuove figure professionali, con una visione multidisciplinare sul tema della sicurezza alimentare, lotta alla povertà, miglioramento delle produzioni agro-zootecniche e dei loro effetti sul territorio in grado di intervenire anche in contesti complessi come quelli attuali.

    Russade si colloca come esperienza di avanguardia, coerente al quadro delle azioni di partenariato territoriale e dei programmi regionali di cooperazione allo sviluppo che la Regione sostiene da tempo, contribuendo a rafforzare processi e relazioni di sistema.
    Sono infatti convinta che la costruzione di relazioni e lo scambio di saperi tra comunità territoriali del Nord e del Sud del mondo favorisca la diffusione di una sensibilità condivisa e ponga così le condizioni per un diverso e più adeguato utilizzo delle risorse, compatibile con la sostenibilità dei processi di sviluppo dei nostri territori.
    Continuare a credere e investire nella cooperazione decentrata significa anche accrescere la consapevolezza dell’importanza dei diritti e preparare le nostre comunità locali ad affrontare le nuove sfide in un ottica di apertura e di collaborazione.

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