• CIE: insostenibile da ogni punto di vista

    Chi segue il mio lavoro quotidiano lo sa, sul Centro di Identificazione ed Espulsione di Torino sto effettuando un costante monitoraggio sin dall’inizio della mia attività di consigliera regionale nel 2010. Da assessora regionale all’Immigrazione non ho abbassato lo sguardo, ma ho continuato a visitare la struttura con puntualità. L’ultima volta giovedì scorso, il 23 giugno.

    Le osservazioni da fare sono tante. Cominciamo da una constatazione oggettiva: le condizioni degli ospiti sono migliorate nel tempo e questo è frutto della riduzione dei tempi di permanenza. In che senso? Fino a poco tempo fa i migranti rinchiusi dentro il CIE non avevano ben chiaro quanto fosse lungo il tempo di reclusione, un fattore che è cambiato da poco. Adesso i migranti rimangono dentro la struttura massimo 90 giorni, 30 per quelli che arrivano da un percorso carcerario. Prima il limite massimo era di 18 mesi.

    Un passo in avanti importante utile a contrastare quell’insostenibilità psicologica che proviene da una carcerazione amministrativa spesso incomprensibile per chi la subisce. Insostenibilità psicologica che si somma all’insostenibilità giudiziaria. A Torino il percorso di identificazione in carcere sembra funzionare, cosa che non avviene in altre carceri. Nella nostra ultima visita abbiamo incontrato migranti provenienti dal carcere di Alessandria e Milano soprattutto, persone che subiscono quindi una doppia pena.

    Insostenibilità giudiziaria anche per la casualità con cui i migranti finiscono dentro il CIE. Può capitare infatti che stranieri irregolari non vengano portati in struttura perché ai limiti della capienza. Un vero e proprio non senso. Come è un non senso trattenere dentro il centro persone che hanno una biografia complicata, una storia difficile alle spalle. Perché raggrupparle tutte insieme amplificando il disagio sociale? Tutto questo favorisce probabilmente anche le continue rivolte e danneggiamenti.

    È una struttura da superare anche dal punto di vista economico. Ci sono soggetti che fanno profitto su una macchina che non è sostenibile. A Torino i migranti dentro il CIE ora sono 43; quando fu aperto la capienza massima era di 210 persone. Una struttura presentata come di importanza fondamentale per la sicurezza del territorio non può essere tale se può ospitare solo 43 persone per tutto il nord e parte del centro Italia. La realtà è che lo Stato ha posto per 43 persone, ma da bando paga per 90, versando soldi anche per quei 47 ospiti che sono solo presenti nelle clausole del contratto. Trentasette euro e ottanta centesimi a persona, al giorno. Uno spreco.

    Noi abbiamo trasmesso al Ministero l’atto di indirizzo che il consiglio regionale mi ha incaricato di sottoporre al Governo, si chiede la chiusura. Al momento la risposta non è positiva.

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