• Otto maschi su otto al Csm, la giustizia in Italia porta ancora i pantaloni – Il mio articolo sull’Huffington Post

    Il mio articolo sull’Huffington Post

    Siamo nel 2018, eppure la giustizia, almeno ad alti livelli, è ancora amministrata dagli uomini. Sono poche, pochissime, le donne che arrivano all’apice. Come a dire: in questo mondo grande e terribile, per riportare ordine e per far rispettare la legge, sono necessari i pantaloni. E noi siamo stanche di messaggi ottocenteschi.

    Sono passati più di cinquant’anni da quando nel 1963 le donne poterono entrare in magistratura. Prima erano considerate instabili, fragili. Invece adesso costituiscono il 53% della magistratura ordinaria. Anche per questo avremmo tanto voluto che il Parlamento a maggioranza pentaleghista ne eleggesse qualcuna nel Consiglio superiore della Magistratura, organo di autogoverno di questo potere dello stato.

    Invece no, sono stati eletti solo uomini. Otto maschi su otto al Csm. E quattro su quattro per ciascuno degli altri tre organi su cui ci si esprimeva (Amministrativo, Tributario e Corte dei Conti).

    Le donne scarseggiano di sicuro se si guarda alla Corte costituzionale: su 13 giudici, sono appena tre. E dal 1848, anno in cui è stata istituita la Cassazione, a oggi, la Suprema Corte non ha mai avuto un presidente donna.

    Cosa cambia? Credo l’approccio.

    Capita in medicina: una prevalenza storica degli uomini ha portato per esempio a pensare i farmaci per curare il corpo degli uomini. Oggi invece si sta finalmente scoprendo l’importanza della medicina di genere.

    Capita in politica. In certi paesi, anche in Italia, l’esercizio del potere a prevalenza quasi esclusivamente maschile ha portato leggi a misura di maschio. Ricordate la patria potestà, il cognome dell’uomo ai figli e via dicendo? Perché nell’interpretazione delle leggi questo fattore non dovrebbe avere influenza?

    Faccio un esempio. Di recente la sezione penale della Corte di Cassazione si è espressa in tema di stupro. L’oggetto della discussione era se considerare l’ubriachezza della vittima un’aggravante a danno dei violentatori. La sezione penale ha deciso che, in virtù di quella che è la legge, quello stato di maggiore fragilità non dovesse essere considerato un’aggravante.

    Siamo sicuri che una maggiore presenza femminile in quella sezione non avrebbe portato i giudici a un’interpretazione diversa? Non sono una giurista ma, magari commettendo errore, in me restano degli enormi dubbi.

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