• Una nuova visita al CIE di Torino. Il circuito carcere-CIE è ormai insostenibile

    A distanza di circa due mesi, siamo tornati a visitare il Centro di Identificazione ed Espulsione di Torino.

    Il numero di persone ospitate si è mantenuto pressoché invariato: 112 oggi, (93 uomini e 19 donne), 117 a giugno, (90 uomini e 27 donne). I Paesi d’origine continuano ad essere principalmente Marocco, Nigeria, Senegal, Tunisia e Algeria.

    La percentuale dichiarata di persone arrivate alla struttura dopo il carcere è aumentata dal 40 al 50%, ma da una chiacchierata successiva con alcuni ospiti e il personale, questa percentuale sembra essere di molto superiore.

    La sensazione è che sia attorno al 90%, in quella spirale che porta dal carcere al CIE quelle persone che risultano essere indesiderate nel nostro Paese come in quelli di origine. Molte di queste sono di nazionalità marocchina e con precedenti per spaccio di droga.

    A questo proposito ci è stata segnalata anche la difficoltà a mettersi in contatto con il console del proprio Paese, che risulta essere non reperibile.

    Nel mese di luglio sono state registrate 107 nuove entrate e 105 uscite. Di queste ultime i rimpatri sono stati in tutto 46.

    Il tempo medio di permanenza dichiarato è di circa 31 giorni, anche se sappiamo che per diversi ospiti la durata è nettamente superiore. I richiedenti asilo sono attualmente 20.

    L’atmosfera che troviamo nel campo è surreale. Il caldo afoso unito alla sveglia mattutina ritardata a causa del Ramadan ci restituiscono un quadro apparentemente molto tranquillo.

    Nota stonata, più che le chiacchierate con alcuni “ospiti”, che lamentano l’aver già pagato il loro debito con la giustizia nel carcere e dunque di non comprendere l’ulteriore detenzione, è un edificio destinato a mensa in una delle cinque aree, che risulta completamente bruciato. Ci dicono che è stato dato alle fiamme nella nuova protesta di domenica scorsa.

    Ogni volta noi non possiamo non apprezzare l’attenzione da parte del personale che sta seguendo i singoli casi, ma contemporaneamente verificare praticamente l’arretratezza della legislazione italiana in materia di immigrazione, osservando da vicino una realtà del nostro Paese su cui è calato il silenzio della politica.

    E’ evidente la carenza della nostra legislazione. Continuiamo a ribadire che molte delle persone che si trovano all’interno del centro, sarebbero in stato di libertà perché non sono autori di alcun reato, se il nostro Paese si mettesse al passo con l’Unione Europea.

    Molti “ospiti” sono all’interno del CIE perché protagonisti di atti criminosi, ma è anche vero che hanno già scontato la propria pena in carcere, dove si sarebbe dovuto procedere nelle operazioni di identificazione.
    E’ dunque necessario mettere in agenda per il prossimo parlamento la modifica della nostra legislazione per una nuova legge sulla cittadinanza, in modo da far sì che i CIE così come sono stati concepiti non abbiano più ragione di esistere.

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