• Un nuovo Me Too

    Soddisfazione non è la parola giusta per accogliere l’integrazione con 11 donne delle task force di Colao e della Protezione Civile. Questa risposta alla mobilitazione di tante, me compresa, deve essere considerata un atto dovuto che mette una pezza alla composizione squilibrata di questi organismi, non rappresentativa delle reali competenze del nostro Paese.
    Per contro, queste scelte così penalizzanti nei confronti dei talenti femminili sono state la norma finora, e non hanno suscitato una reazione così indignata in gran parte della popolazione femminile. Non si sono stancate di rilevarlo le commissioni pari opportunità, le assessore alle pari opportunità come la sottoscritta, in un disinteresse abbastanza generalizzato.
    Forse questa volta è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in un momento segnato da una crisi senza precedenti che potrebbe costituire l’inizio di una svolta effettiva.
    Non è scontato. L’incertezza che vediamo davanti a noi ci ha ormai diviso fra coloro che ritengono ci attenda un peggioramento significativo delle condizioni di vita e coloro che invece auspicano si sfrutti questa occasione per costruire un cambiamento positivo rispetto alla situazione attuale, caratterizzata da profonde disuguaglianze, a partire da quella di genere.
    Questa attenzione diffusa al mancato coinvolgimento femminile potrebbe in effetti fare la differenza rispetto al passato.

    La protesta ha travalicato i confini di quel mondo al femminile da sempre attento alle pari opportunità arrivando a settori lavorativi, come quelli tecnici, dove le donne non sempre hanno abbracciato le questioni di genere, o peggio talvolta le hanno considerate sminuenti del ruolo raggiunto a fatica. 

    Ora si tratta di rendere stabile questa mobilitazione, e farla arrivare al maggior numero di donne possibile, in una sorta di nuovo “Me Too” che possa renderle partecipi di un cambiamento che riguardi tutte, non solo le donne che ricoprono ruoli apicali da una parte, o quelle che si trovano a dover fronteggiare situazioni difficili, come la violenza domestica, dall’altra.

    Perché ciò sia possibile bisogna che al “social impact” si associ sempre anche il “gender impact” delle iniziative che si mettono in campo. Un esempio facile è dato dall’ampio ricorso allo “smart working”, che può comportare una svolta culturale nel contrastare ruoli e stereotipi di genere, può contribuire positivamente alla sostenibilità ambientale e sociale, e ad un’organizzazione del lavoro basata sul raggiungimento di obiettivi e non sul controllo della presenza fine a se stesso, spesso rivendicata come una peculiarità femminile. Lo stesso vale per una rinnovata attenzione alle politiche dei tempi e orari delle città. 

    In questa direzione, un maggior coinvolgimento femminile a tutti i livelli potrebbe determinare un miglioramento della qualità di vita dell’intera comunità. Non sprechiamo questa occasione!

     

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