• L’ultimo efferato femminicidio. Diffondiamo la cultura della denuncia

    È difficile provare a essere razionali e lucidi davanti a tanto dolore. Un efferato femminicidio. Non è facile se si prova a immaginare il terrore e la sofferenza che avrà provato quella povera creatura di soli ventidue anni e con una vita ancora da sognare e vivere. Le istituzioni però devono farsi carico della responsabilità di agire in modo che eventi del genere non accadano mai più ed è per questo che è necessario riaffermare alcuni principi che dovrebbero diventare capisaldi della nostra società.

    Sara, la giovane donna romana bruciata viva, è stata uccisa dall’ennesimo uomo incapace di accettare la fine di una relazione sentimentale. Era geloso; era ossessivo. Le donne non sono oggetto di proprietà di nessuno. Evidentemente abbiamo ancora molta strada da fare prima di poter asserire con convinzione che questo principio sarà diventato parte della cultura collettiva. Scuole e famiglie devono essere in prima linea nell’educazione al rispetto fra i sessi, alla differenza di genere e all’autodeterminazione femminile.

    Una donna che è vittima di violenza deve denunciare il suo molestatore. Punto. Che sia il padre, il fratello, un amico, il marito o l’ex compagno, chi subisce violenza deve rivolgersi a un centro antiviolenza o alle forze dell’ordine per denunciare l’accaduto. Lo deve fare per difendere se stessa, ma lo deve fare anche per aiutare l’autore della violenza affinché non commetta l’irreparabile. Anche su questo fronte siamo ancora indietro perché sono poche le donne che denunciano quando subiscono una violenza e sono ancora troppe quelle che simulano cadute o incidenti domestici davanti ai medici del Pronto Soccorso.

    Nessuno vuole criminalizzare chi non si è fermato ad aiutare Sara, ma è un dato di fatto che in questo caso l’indifferenza è stata un’ulteriore arma messa nelle mani dell’assassino. Una telefonata ai Carabinieri avrebbe potuto salvare la vita di quella giovane donna. Non serve però arrivare a casi così estremi per essere di aiuto a una potenziale vittima di violenza perché troppo spesso siamo indifferenti davanti anche ad amiche o parenti o vicine di casa che subiscono molestie in casa o sul lavoro. Anche in questi casi è importante non fare finta di niente. La violenza non ė un fatto privato.

    La Regione Piemonte si è dotata di una legge contro la violenza sulle donne (la numero 4 del 24 febbraio 2016) che è un ottimo strumento di contrasto messo a disposizione della già capillare rete regionale dei centri antiviolenza. L’ultima occasione durante la quale ho avuto modo di confrontarmi su questo argomento è stata giovedì scorso a Cuneo dove nello stesso contesto erano presenti i servizi sociali, i centri anitviolenza, le forze dell’ordine e l’amministrazione comunale. Noi il nostro lavoro lo stiamo facendo, ma non serve a nulla se non proviamo a incidere sempre di più  sul cambiamento culturale.

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