• Dal Piemonte all’Europa: donne, riprendiamoci il diritto all’autodeterminazione!

    Ci ha amareggiato, lo scorso mese, la bocciatura al Parlamento Europeo della proposta di risoluzione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi (Sexual and Reproductive Health and Right) presentata dalla deputata socialista portoghese Edite Estrela. Le sette astensioni nelle file del Partito Democratico hanno fatto riflettere molto. Anche grazie a queste, anziché scegliere di rendere la salute riproduttiva parte integrante delle politiche per la salute dell’Europa e affermare il diritto all’educazione sessuale e all’accesso a un aborto sicuro e legale, il Parlamento ha adottato il testo dei Popolari, che rimanda agli Stati membri la competenza in materia.

    Scrive giustamente Cecilia D’Elia su la 27Ora che si è tentato in ogni modo di distorcere l’intento della risoluzione, parlando erroneamente di affermazione del “diritto di aborto” come diritto umano, quando invece il testo rivendicava con chiarezza diritti sessuali e riproduttivi (SRHR) e, soprattutto, garanzia (pur nel riconoscimento della sovranità delle legislazioni nazionali) di uguaglianza di tali diritti sul territorio europeo. Senza dubbio, in coda a Malta e alla Spagna, dove il Consiglio dei Ministri ha recentemente approvato una riforma che nega di fatto la possibilità di interrompere la gravidanza, tra i Paesi più illiberali in tema ci siamo noi, con la nostra legge 40 del 2004, un’ipoteca fortissima sulla 194, e il dilagare dell’obiezione di coscienza. Nel 2012 le Ivg in Italia sono state 106.968, un minimo storico. Proprio qui, nella nostra regione, i dati parlano di una situazione gravissima: dal 1982 al 2011 il tasso di abortività è sceso del 50% e, nello stesso arco di tempo, l’obiezione di coscienza è arrivata al 65, 7%, aumentando di tre punti percentuali negli ultimi dieci anni. I ginecologi obiettori in Piemonte al 2012 sono 277 su 426, più della metà: una negazione di fatto della legge 194, che sancisce che, in caso di obiezione, “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza” e la Regione deve “controllare e garantire la attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.

    Per questo era fondamentale che l’Europa, come altre volte ha saputo fare, mostrasse ai Paesi membri la direzione verso cui procedere per un allargamento dei diritti e non per una loro contrazione. Pare invece che il vento plumbeo della regressione, che spira da tempo in materia economica e sociale, stia travolgendo anche i diritti civili.

    Noi continueremo a batterci, qui in Piemonte, per il diritto alla salute (e alla salute riproduttiva) delle donne. Anche in merito a questi argomenti è giunto il momento di invertire la rotta rispetto all’oscurantismo dimostrato da Roberto Cota. E auspichiamo, con Se Non Ora Quando?, che le donne europee si uniscano per un’Europa dei diritti, laica, che promuova l’autodeterminazione e la libertà di scelta delle donne.

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